Oggi sono uscito con un tipo

Il caldo mi fa pensare allo Straniero di Camus e il tram ci sta mettendo tanto ad arrivare. Ogni sua sosta, seppur breve, diventa un motivo per arrabbiarsi. Perché siamo fermi, una signora grida dall’altra parte del tram, l’autista non si gira neanche. Nessuno di noi si muove, nessuno di noi parla. Dalla strada incandescente si sente solo il rumore delle ventole dell’aria condizionata e in ogni auto le persone sembrano mortificate, come se avessero appena compiuto un atto immorale, o ingiusto, e si sentono in colpa. La luce là fuori, ogni suo riflesso è come la lama di un coltello. Quando arrivo alla fermata mi metto al riparo, ma non c’è tregua. Il caldo è come un casco.

Ci vediamo dalle sue parti perché lui sta studiando per gli esami e non ha tempo da perdere, prendiamo una granita. Sta facendo una magistrale in biologia e non vede l’ora di andare in vacanza. Questo lo dice con una voce che arriva quasi alla disperazione e io provo a rassicurarlo dicendogli che manca poco e che dovrà fare solo questo ultimo sforzo. One more push. Dico questo anche se perfettamente consapevole del fatto che non lo aiuterà: lui dovrà comunque studiare, dovrà comunque dare gli esami, dovrà comunque soffrire il caldo, sudare, bestemmiare, pensare alle vacanze, al suo ritorno a casa. Sto per dirgli che anch’io ero così da studente, ma non lo faccio perché lui ride ed è così carino quando lo fa che per un attimo sembriamo dimenticarci del mondo e del caldo, e della coda di gente che si forma gradualmente davanti alla gelateria.

Andiamo al parco e lui si bagna i capelli e il collo sotto la fontanella e quando si avvicina ha quell’odore di terra umida in mezzo all’estate. Fa caldo pure al parco ma almeno lì, lontano dal traffico, il mondo sembra girare più lentamente. Ci sono cani con la lingua di fuori, bambini con le bici, e un signore che corre attorno al piazzale, la cui pelle sembra quella di un pesce o un di alieno. Ma io provo a guardare tutto questo con distacco perché voglio baciarlo e per fare questo il mondo deve restare fuori. Lui si guarda attorno prima di farlo, e chiude gli occhi quando lo fa. Io faccio lo stesso. Il signore che sta correndo non esiste più. E neanche i cani con i loro padroni. I bambini sono andati via. Siamo solo noi.

La seconda volta che ci vediamo chiude gli occhi e si nasconde il viso tra le braccia quando mi dice che non mi devo affezionare a lui. Non vuole farmi del male. Non ti preoccupare, non lo farai. La terza volta mi dice la stessa cosa. Non ti preoccupare, rispondo, non lo farai (non accadrà?). Nella mia mente provo a disegnare un cerchio sul pavimento attorno a me. Mi dico che è assolutamente vietato oltrepassare la linea.

In stazione, al ritorno, una ragazza sedicenne (penso) sta bisticciando con quello che sembra un suo ex. Levati, gli dice alzando sempre la voce, vattene via, coglione, sono stufa delle tue scenate. Lui si allontana e lei lo spinge. Levati, levati, LEVATI! Dieci metri più in là, sullo stesso binario, una tipa sui trentacinque sta gridando al telefono. Ho visto che eri online, dice, ma non volevi sentirmi, è questa la verità. La prossima volta farò anch’io così! Avrò altre priorità d’ora in poi.

Sul treno, penso a quanto sia difficile, faticoso anche, gestire le nostre emozioni, e al fatto che molto probabilmente questo è il prezzo che ci tocca pagare per avere un cervello così complesso. Rabbia, rancore, felicità, contentezza, sembrano tutte unità per misurare il mondo, o per creare un rapporto tra noi è il mondo. Penso al mio cerchio e so che non ci servirà perché senza la rabbia, il rancore, la felicità, e la contentezza, senza tutto questo camminerei ad occhi chiusi e mani legate.

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