Oggi sono uscito con un tipo​

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Caro lettore, (ho la voce di un terapeuta)

Prima di tutto, devo dirti una cosa, essenziale secondo me: nessuno se ne frega. Nessuno se ne frega dei tuoi capelli, come nessuno se ne frega del fatto che a te piacciono i risvoltini. Nessuno se ne frega della tua maglia. Nessuno se ne frega che a te non piace come si veste quel tipo che hai visto sul tram. Nessuno se ne frega delle tue opinioni. Nessuno se ne frega, davvero. Proprio perché nessuno dovrebbe fregarsene di tutte queste cose. Fallisci meglio, ogni giorno della tua vita. Non c’è altro metodo per scoprire come sei fatto. 

Per favore, smetti di leggere “Il Piccolo Principe”. Leggi “Il Principe” di Machiavelli se hai davvero voglia di leggere qualcosa con un titolo simile.

Tutto passa. Pure il cuore spezzato.

Alla fine tutto quello che conta è la musica. E come muovi il tuo corpo. C’è più di un gigabyte di informazione in ogni tuo movimento. La musica è vortice. Il rock ‘n’ roll è sesso. 

Il tuo corpo lo vivi come una tragedia. Ogni kilo in più è una piccola sconfitta. Ogni muscolo in vista, una moneta d’oro. 

Un giorno questo dolore ti sarà utile.

Un giorno succederà che vedrai il mondo sotto una certa luce, così spenta e scura, di un azzurro malato, che vorrai spegnerti anche tu. 

E io ti riaccenderò. 

Se togli i tuoi incubi, se togli il lavoro che secondo te fa schifo (perché non è quello che volevi fare però hai bisogno di quei soldi per sentirti indipendente), se togli il padre di cui hai paura, la madre che tace perché, magari, anche lei ha paura del tuo padre e perché le donne devono seguire i loro uomini, se togli il volto del mondo, il fratello che, sposato, pensa che il mondo non può essere altrimenti perché tutto il resto non può essere che una scelta testarda, se togli le tue paure, che cosa ci rimane di te? E se togli anche il tuo amore, se lo nascondi, se lo seppellisci, se metti un cuscino sopra sperando che si soffocasse sotto la pesantezza della tua furia, che cosa ci rimane di te? Che cosa ti rimane? Solo il tuo corpo di carne e ossa, che nella sua tangibilità rimane un semplice grande vuoto.

E io ti riaccenderò. Oppure saremo due fiamme spente. 


E poi, di pomeriggio arrivi tu e il drink che abbiamo di fonte a noi sembra di contenere tutto il mondo. Io faccio finta di toccare il bicchiere mentre, in realtà, quella è sono una scusa per avvicinare la mia mano alla tua. Parliamo di Camus e forse di Calvino, che a me non è mai piaciuto, ma questo non lo dico perché non voglio fare brutta figura al primo appuntamento. Poi ci sono le regole che dobbiamo seguire: no, non quelle per il primo appuntamento, ma quelle che noi, ragazzi gay, siamo costretti a seguire nei luoghi pubblici. Prima di ogni tocco, uno sguardo attorno. Ma non perché gli altri sono cattivi, più perché questa vergogna che abbiamo dentro ci perseguita come una malattia incurabile. È come se fossimo troppo giovani per vedere o sapere qualcosa.

A casa tua giriamo attorno al tuo letto come se fosse uno spazio sacro, ma una volta che ci sediamo non si può più andare indietro e tu cominci a fare un elenco dei tuoi difetti. La tua voce non va bene ma tu la usi per cantare comunque. Il tuo naso è quasi sempre chiuso per una deviazione del setto. Sei uno che russa tanto. Il tuo corpo è pieno di sconfitte ma io provo a rassicurarti che va tutto bene mostrandoti i miei difetti. Non so perché lo sto facendo, ma per un attimo che sembra il più importante di tutti, mi sento a mio agio con te.

Il secondo giorno è diverso. Seduti su una panchina mi dici che stai rivivendo un momento del tuo passato: sei con il tuo ex, e all’inizio provi entusiasmo, che poi cade improvvisamente, e tu non vuoi rivivere questo. Io quasi mi alzo per andare via ma tu mi dici di rimanere ancora un po’.

Alla fermata del tram tengo la mano sulle tue spalle e una ragazzina ci guarda e io sento la vergogna che torna. Ma tu ti sei accocolato al mio petto e io provo a non pensare che questa potrebbe essere l’ultima volta che ci vediamo. Forse questo è il nostro segreto per una vita felice. Questo istante felice, poi l’altro, poi l’altro, e così via, senza sosta.


Oggi sono uscito con un tipo. Ci vediamo di fronte a Palazzo Nuovo e poi andiamo a prendere qualcosa da mangiare perché è già tardi e abbiamo entrambi fame. Arriva in ritardo perché, mi spiega, ha sottovalutato le distanze. Ha il MacBook sotto il braccio ed è molto più basso di quanto immaginavo, ma parla inglese perfettamente, con un ritmo che a me fa girare la testa, e io mi sento subito a mio agio. Finalmente, mi dico, posso usare la parola “obstreperous” in una frase senza ricevere in cambio lo sguardo confuso di chi non capisce l’inglese.

Scegliamo il cibo thailandese e poi, borse di carta in mano, ci dirigiamo verso il Po per sederci e mangiare a l’ombra. Dietro di noi, un gruppo di ragazzi sta fumando e ridendo. Lui abita a Dubai, dove sta per finire un dottorato sulla mass communication, e mi parla dei suoi studenti con una sorta di affetto che tradisce la sua giovinezza: ha ancora freschi nella mente la paura e lo scombussolamento dello studente e vuole aiutarli. La sua ricerca, mi spiega, si focalizza sui blockchain e su come vengono rappresentati nella comunicazione di massa. Mi parla di come questa nuova tecnologia è una forma di internet che non potrà mai essere censurato o chiuso, e dietro le sue parole vedo una forma di entusiasmo, non frenetico, ma rassegnato, come per dire “sarà così, e menomale che sarà così e non altrimenti.”

I ragazzi dietro di noi continuano a ridere. C’è odore di erba nell’aria. Ma la loro presenza, a pochi metri di distanza, è così inconseguente che spunta solo nei momenti in cui ci fermiamo per guardare il fiume che scorre davanti a noi. Mi parla dei suoi viaggi, della vita gay a Dubai, e del fatto che, mentre nei paesi occidentali l’omosessualità è strettamente collegata all’identità, al “essere,” nei paesi del Medio Oriente, l’omosessualità è più qualcosa che “fai.” Più un’azione che una cosa statica.

Mi racconta di come per quattro anni ha investito affetto nella cotta per il suo migliore amico tedesco, che dormiva con lui, mangiava con lui, e che si è poi sposato (con una donna) senza neanche invitarlo o informarlo. Per quattro anni, mi dice senza rancore, ha vissuto con la speranza che questo affetto, ricambiato, potesse diventare qualcosa di più. Per quattro anni, aggiunge, non ho conosciuto altri tipi, e per quattro anni ho vissuto con l’idea che anche lui fosse gay, ma doveva solo fare il passo avanti e dirlo. Quando la verità è finalmente uscita allo scoperto il tipo è sparito. Ci salutiamo e io torno in biblioteca a lavorare su una traduzione.

Tra le parole che leggo e traduco, però, non riesco a non pensare a quello di cui mi ha parlato. “Fare” ed “essere” sono due verbi molto diversi che denotano due atteggiamenti altrettanto diversi. Uno implica movimento, l’altro staticità, e mi chiedo se il primo fosse più adatto a descrivere la nostra situazione. E questo non è perché siamo moderni e viaggiamo spesso in sempre più paesi, ma perché abbiamo scoperto di quanto è frammentato il mondo e, per estensione, di quanti piccoli pezzi siamo fatti, e di quanto siano diversi questi pezzi. Un sabato sera sei con i tuoi amici a mangiare ravioli e pensi che quella è la felicità assoluta e poi lunedì mattina scopri che la felicità è fatta di non dover svegliarsi presto, e mercoledì pranzi con un tipo che sta facendo un dottorato a Dubai e quello sembra il momento perfetto. Magari, penso, per provare contentezza devo scrollarmela di dosso quest’idea di staticità. Alla fine, una bella emozione sarà bella solo per un momento. E poi arriva un’altra. E poi un’altra.


Oggi sono uscito con un tipo. Ci vediamo al Starbucks di fronte al Trinity College, e il nostro incontro lo percepisco, anche ancor prima di subirlo, come l’incoronazione di un lungo processo mentale, come quello che precede una decisione importante. Dovevamo vederci il giorno prima, ma per vari motivi (di salute, mi dice), non riusciamo a trovare il momento giusto. Lui è brasiliano, avvocato, con gli occhiali tondi e la barba che sembra fatta apposta per la sua faccia, come se fosse un vestito lavorato a maglia da sua nonna. Ha la mia altezza, e il suo corpo si perde nei vestiti, simile al corpo di un bambino in un mucchio di foglie.

Nel momento in cui ci vediamo sembra di evitarmi, non mi guarda, parla con le finestre, coi muri, con la commessa che scrive il suo nome nel modo sbagliato sul bicchiere di carta. Per un attimo mi sento come un intruso, e sono quasi geloso della loro conversazione. Io, come sempre, comincio a costruire muri attorno a me, perché questa sua indifferenza la conosco benissimo e fa male: è il sintomo di una malattia comune, il rifiuto. Ovunque io vada, penso, le mie insicurezze mi seguiranno, come un cane fedele che non vede la sua fedeltà come una forma di scambio.

Ci sediamo e parliamo di tutto. È venuto a Dublino per imparare l’inglese, io gli dico che abbiamo solo un paio di ore a disposizione, perché poi ho una cena, e poi devo tornare a casa. Mi parla della sua scuola, dei suoi corsi, del suo lavoro, e quando parla i suoi occhi fanno un cerchio attorno a me per poi fare centro sui miei. È molto difficile guardarlo, perché lo trovo (oddio) tanto carino, ma mi sforzo di farlo perché, perché, perché non voglio che questa maledetta f*****a ansia porti via il piacere che provo quando mi parla.

Faccio domande stupide, attraversiamo momenti di silenzio imbarazzanti, e sto già pensando al fatto che mi devo fare le valigie, al fatto che il giorno dopo dovrò svegliarmi presto per andare al aeroporto, ma poi quando tocco per sbaglio la sua mano con la mia, lui me la afferra e stiamo lì, così, lui con la mano allungata sopra il tavolino, a parlare di podcast che ti insegnano inglese. Andiamo in un negozio di libri e ci fermiamo alla sezione “cooking” dove lui mi dice che cucinerebbe cose nuove ogni giorno, solo così, per divertimento. Poi, andiamo in un piccolo supermercato dove lui si prende il dentifricio e la Coca Cola e io mi prendo le caramelle gommose che mangiamo insieme alla fermata del tram. Il suo tram passa. Può prendere il prossimo, mi dice, nessun problema. Io guardo Google Maps per capire quanto ci metto ad arrivare alla cena. Solo 17 minuti, posso restare ancora un po’, dai. Un altro tram passa. C’è sempre il prossimo. Io posso restare ancora un po’, dai, per una volta nella mia vita posso arrivare anch’io in ritardo.

Poi arriva il tram di nuovo, e non si può più rimandare, e ci abbracciamo, e io corro perché sono in ritardo, e non capisco da dove devo prendere il pullman per arrivare alla cena. Attraverso le strade e il freddo, il fiume di cui nome non ricordo. Una signora mi chiede se può usare il mio telefono per chiamare sua sorella, e io non mi giro neanche, perché ho paura di vederlo di nuovo, seduto al tavolino che ora è grande come il mondo intero.


Oggi sono uscito con un tipo. Ci vediamo vicino al Cinema Centrale, e lui mi parla in un inglese storto, come se non l’avesse mai parlato, solo letto da qualche parte. Io provo a correggerlo ogni tanto, provando a non sembrare troppo puntiglioso, perché è carino, con la sua giacca scura e maglia color pelle, e un neo posizionato sul viso nel posto giusto, come quello di Marilyn Monroe.

Prendiamo un caffè e nel mentre mi parla del suo lavoro e io del mio. Mi parla di come lui se n’è andato di casa quando era molto giovane perché i suoi si erano lasciati e non trovava più legami con quella casa. Io lo ascolto e penso a come questa cosa, di andare via senza avere una meta, lo rende più nobile per certi versi. Lo vedo lì, dall’altra parte del tavolo, sotto una certa luce, e lo invidio perché lui ha trovato il coraggio che a me manca. Perché a differenza di lui, io sono tornato, sempre, perché, a differenza di lui, mi sono sempre legato ai luoghi, alle persone anche quando ero consapevole di quanto male questa cosa mi potesse fare. Lui si rende conto di quello, mi guarda e mi dice che sono fuori luogo qui, che mi può vedere solo a Londra, o in qualche posto del genere, che sono troppo interessante per restare a Torino. Questo lo dice con una sorta di imbarazzo che lo rende, nella mia percezione, molto femminile. E il neo di Monroe non contradice questa mia sensazione. Ha le ciglia lunghe e quando guarda in giù le sue labbra si affilano in un modo che a me fa tanta tenerezza. Ha quell’aria da ragazzo che ha appena finito il liceo, e il mondo è ancora pieno di meraviglie.

Lo accompagno per un po’ sulla strada verso casa sua e poi ci abbracciamo e ci auguriamo il meglio perché lo abbiamo capito entrambi, penso, il fatto che non ci vedremo più. Sulla via di ritorno, penso a quanti modi ci sono per dire ad una persona, oppure per farla capire, che le nostre strade rimaranno divise, o che si divideranno d’ora in poi. Un modo è sicuramente dirlo direttamente, che è anche il modo più difficile, più doloroso, simile allo strappare, in un solo colpo, un cerotto che si è abituato troppo con la tua pelle. Ma uno può farlo anche indirettamente, parlandoti di un mondo in cui tu non ci sei, oppure dicendoti che sei felice nel modo sbagliato, o nel mondo sbagliato.


Oggi sono uscito con un tipo. Prima di vederci, però, abbiamo speso tante parole, come se le parole fossero una sorta di rituale tantra oppure una strada di mattoni gialli. Durante una chiamata Skype, con il telefono tenuto sempre ad un angolo non molto lusinghiero, mi fa vedere la sua cucina. Si sta facendo un shake proteico, mi dice con l’aria colpevole, dopo essersi allenato. Ride, e quando allunga la mano vedo i suoi pettorali e la tartaruga. Il suo corpo, biondo, è una battaglia vinta. Qua c’è il tavolo, il frigorifero, l’armadio per la cucina. Mi fa vedere tutto e io mi vedo già lì, seduto al tavolo a preparare il suo shake proteico oppure semplicemente a guardarlo.

Abita lontano da me, e la sua età lo allontana ancora di più, ma decidiamo di vederci all’Auchan di Torino. Vado a prendere il pullman e mentre lo sto aspettando, improvvisamente, un’amica di mia madre arriva in macchina e mi chiede se voglio un passaggio. Vorrei dire di no, perché so che dovrò spiegare cosa sto andando a fare, ma il pensiero di vedere il tipo ancora più presto del previsto mi spinge di accettare la proposta. All’amica di mia madre dico che sto andando a comprare un paio di cose. La mia indeterminatezza è come l’elefante proverbiale. Lui è lì, come promesso, vestito in una giacca che sembra troppo grande per lui, e mi parla con una voce molto bassa, come se qualcuno stesse per ascoltare la nostra discussione. Parliamo del tempo, in inglese, perché vuole migliorare il suo inglese (già abbastanza buono), e poi si mette a parlare al telefono con qualcuno. Parla e cammina, gesticola ma in un modo molto contenuto, e io mi siedo e lo guardo e inaspettatamente lo vedo per un attimo così fragile che quasi quasi assomiglia un cane maltrattato dal suo padrone. Abbassa la testa, guarda in giù, fissa il pavimento, come se l’altra persona potesse vedere la sua umiliazione.

Finita la conversazione mi offre un passaggio a casa nella sua macchina a due posti e io provo a parlare di altre cose, ad avvicinarmi, ma lui continua a fare finta di niente. Evita una strada perché il suo navigatore indicava una ferrovia e lui ha paura delle ferrovie e quindi fa un giro lunghissimo solo per evitare quella strada. Gli spiego che non è un passaggio a livello, ma lui la evita comunque. Per qualche motivo, gli do un altro indirizzo, e scendo dalla macchina, e faccio finta di cercare le chiavi finché lui gira la macchina e se ne va. E io rimango in mezzo al marciapiede colpito dal sole e dal caldo e dalla situazione.

Per un lungo attimo sento un imbarazzo profondo. Non c’è nessuno sulla strada ma io vorrei entrare in un buco nella terra e non uscire più, così come facevo da piccolo quando commettevo un errore. E penso alla sua cucina, al tavolo dove mi ero seduto, e mi sento come uno che è andato ad una festa senza essere invitato. Arrivato a casa, penso alla facilità con cui riesco a proiettarmi nella vita degli altri, come se la mia esistenza dipendesse da quello. Durante la nostra conversazione su Skype era come se esistevo solo lì, seduto al tavolo, e non dietro lo schermo del mio telefono. Quando, mi chiedo, a quale punto della mia vita ho deciso che non posso esistere fuori ma solo nella presenza di un’altra vita che scorre, tra l’altro, indipendentemente dalla mia?


Oggi sono uscito con un tipo. Viene dalla V. e parla italiano velocemente, come se dovesse scappare in ogni momento e vuole finire tutto quello che ha da dire prima di andarsene. È più basso di me, e io mi sento come una gru a torre che deve spostare pesi sopra di lui. E già questo non mi piace. Mi chiede di aspettarlo al pianoforte di Porta Nuova, e quando arriva, le cuffie bluetooth attorno al collo come se fossero una collana, mi dice che lui è un musicista e che non sa una parola d’inglese. Tutto ciò mi spaventa, mi delude, perché l’inglese è la mia lingua, ed è quasi un rifugio (cavolo, non potrò mai impressionarlo con la mia recitazione di The Love Song of J. Alfred Prufrock), e lui è molto, ma molto carino, e io voglio scappare, perché di sicuro avrà sbagliato persona. Lui comunque continua a parlare, e in ogni sua parola, sento una cadenza così estranea alla lingua italiana che la fa sembrare quasi come un gioco da bambini. Una ruota di legno che gira.

Mi parla del suo ex che l’aveva tradito, e dei suoi professori a l’università che, ogni tanto ci provano con lui, perché lui “è il più figo della classe” e le ragazze sono rimaste tutte deluse quando hanno scoperto che a lui piacciono i ragazzi. Poi mi parla del fatto che ha suonato con cantanti italiani famosi che lui non conosceva prima. Io nel mentre provo un forte desiderio di alzare gli occhi al cielo. Ma non lo faccio, perché quando gli dico che dovrebbe andare anche nei locali a conoscere gente (perché, secondo me, avrebbe tanto successo), lui mi spiega che per lui non funziona così. “Io vorrei avere successo”, mi dice con la sua stessa disinvoltura, “con la persona che scelgo io”. Io annuisco perché non ho altro da dire e per un attimo, tra di noi, si sente solo la voce registrata del capostazione che dice che il mio treno sta per arrivare.

Quando mi chiede il numero annuisco di nuovo e metto una tromba vicino al suo nome. Il piccolo musicista. Sul treno, tornando a casa, penso alle cose che non ho mai fatto per paura di fallire, agli spazi “di sicurezza” che costruisco attorno a me per stare bene, ai miei rituali, che vanno sempre verso di me, ma mai verso gli altri. E quasi quasi, la musica che sto ascoltando ha un senso.


Non ricordo se mi hai parlato in inglese o in italiano, ma di sicuro le tue parole sembravano quelle di un venditore che all’improvviso deve chiudere il negozio presto oggi, e sta già chiudendo le scatole mentre io sto ancora guardando. Sono parole lunghe, finali, riassuntivi, e da tutto ciò si fa capire che il mondo che avevi in testa è molto diverso da quello là fuori, e ora non hai più bisogno di nessuno. Una forma di autonomia suprema, che sfida pure l’arte. Io annuisco, in macchina, alle tue parole, e guardo fuori, e penso alla tua barba, e vedo gente per strada, sui pullman, ed è come se questa realtà, là fuori, è molto più accogliente di quanto pensavo. E sembra che, piano piano, sulla mappa di questa mia realtà, tu ti stai definendo come uno spazio indisponibile, oppure come la terra incognita, selvaggia, che si rifiuta di essere scoperta. Alle quattro del mattino ci ripenso, e sono quasi geloso delle tue storie, perché sono già tue, e io sono ancora realtà.

Mi sveglierò tra un paio di ore. Andrò a correre. Farò la doccia, provando sempre di restare dentro il mio corpo e fuori dalla mia testa. Farò colazione. Prenderò il treno per andare a Torino. Esaminerò studenti e proverò a non guardarli in faccia. E a fine giornata il cielo assomiglierà la pancia di un aereo gigante che coprirà tutto, pure le mie orecchie. Ma almeno, in tutto questo, tu sarai solo un pensiero. E se nel passato, i nostri padri costruivano case e fabbriche per seppellire il passato che ci chiamava da dentro la terra, io costruirò questa giornata sopra di te. E domani ci sarà un’altra. E poi un’alta. Finché non ti sentirò più.

D’estate si va al parco con l’uomo fatto di pelle e inchiostro. Ormai tutti gli uomini che ricambiano il tuo sorriso assomigliano una promessa fatta di notte per far passare la febbre.

Lui ti porta sempre in su, attraversando il calore pomeridiano, ti parla delle varie statue che vedete lungo il sentiero, e tu lo ascolti senza togliere lo sguardo dalle sue braccia che vorresti si muovessero per toccarti in un certo modo, con un certo senso. Ma lui si muove solo per spiegarti meglio il mondo. Vedi, tu hai qualcosa di cui ho paura, ma non saprei dirti cos’è. Si riempie la bottiglia d’acqua e saluta una ragazza incontrata per caso. Allontana le zanzare con le sue mani.

Poi, le sue parole diventano strette, come se volessero scapare tra i denti, mentre si avvicina e ti bacia e tu non sai cosa fare con quel bacio tranne che tenerlo sotto la lingua, sperando che si sciogliesse come una pastiglia.

Ti porta in macchina. Ti tiene la mano. Parli con sua sorella e lei ti guarda come se fossi un commesso esageratamente amichevole. Prendete tutti il gelato. Ti porta a casa e mentre tieni la sua testa al tuo petto lui geme come un bambino e tu pensi, finalmente, ci siamo, ho questo uomo con me nei suoi momenti più fragili, e nessuno potrà mai togliervi questo. Quando se ne va di lui rimane solo la musica.

D’estate si può fare. D’estate si può illudere senza rimanere male.


Oggi sono uscito con un tipo. Lui studia architettura e parla inglese come se fosse madrelingua. Però senza l’arroganza di un madrelingua. Usa la parola “lucrative” (redditizio, profittevole) in una frase, correttamente, mentre mi parla di un architetto che è tipo il Lady Gaga dell’architettura. Poi mi parla di un suo libro, pubblicato in arabo, e la sua foto sulla quarta di copertina, che odia così tanto che ogni volta che trova il suo libro nelle librerie lo compra per poi regalarlo ai suoi cugini e altri parenti.

Ma io, ovviamente, da bravo ragazzo gay, gli chiedo se i suoi genitori lo sanno, se i suoi fratelli lo sanno, perché per noi, questa cosa del dire e del sapere è essenziale, come se senza quello non potessimo esistere. In principio, c’era il verbo (e il complemento oggetto). Lui mi guarda perplesso, come se non l’avesse sentito sopra le voci dei ragazzini che ci circondano in Piazza Castello. Sapere cosa? Il fatto che tu sia gay, gli dico. Fa una piccola pausa, e poi mi dice che in realtà vuole mantenere le opzioni aperte. (Santa swings both ways, penso). Non ho conosciuto tutte le ragazze di questo mondo, mi dice, quindi non posso dire che non mi piacciono le ragazze. La stessa cosa vale per i ragazzi. Prova a conoscere tutti, mi spiega, senza avere un obbiettivo, uno scenario in testa. Non mettere le cose in piccole scatole.

Dopo che ci lasciamo, sul treno, penso alla domanda che ci facciamo spesso sui siti/app d’incontro: cosa cerchi? Come se, necessariamente, si deve cercare qualcosa, che una volta trovata ci risolverà tutto. Mi dispiace, Mario, ma la tua principessa è in un altro castello. Penso, soprattutto, a come prima di uscire con qualcuno preparo tutto nella mia testa. Se farà questo, io farò quello. Se farà quello, io farò questo. Come se quello che sono io fosse uno spettacolo da mettere in scena per il piacimento del pubblico. E ogni pubblico insoddisfatto diventa un fallimento.

Mi prometto di dimenticare la sceneggiatura, o almeno di provare, di lasciare le scatole a casa, e di guardare le persone che incontro senza questi pregiudizi di forma. Perché poi, prima che diventino persone amate, sono, prima di tutto, persone, che avranno storie da dire in un inglese perfetto.


Oggi non sono uscito con un tipo. Oppure non ricordo di averlo fatto.

Ma poi, alla fine, perché tutto questo, da dove arriva questo desiderio di ricordarsi e di rivivere tutte queste stronzate?

Non è, penso, una questione di rivivere, ne di analizzare ogni istante del passato per capire dove si è sbagliato. È più per capire se si può vivere una vita senza fare male a qualcuno.


Il 24 Febbraio 2012 sono uscito per la prima volta con un tipo. Trovo questa informazione in un mio diario, ritrovato oggi, tra altri quaderni pieni di appunti. Il ragazzo si chiama M., e a quel punto aveva 22 anni e studiava filosofia. Lo descrivo come “intelligente, brillante quasi, e molto dolce,” e scrivo che ci sono stati dei momenti durante il nostro incontro in cui avevo tanta voglia di baciarlo. Ovviamente, non l’ho mai fatto. Poi scrivo che mi piacerebbe tanto rivederlo. Che spero tanto di rivederlo. Il 28 febbraio 2012 scrivo che mi sta evitando e che continua a non rispondere ai miei messaggi. Addirittura va offline ogni volta che gli scrivo su Skype. La stessa cosa il giorno dopo. Il suo nome risale un paio di giorni dopo. Poi sparisce. Non parlo, però, del fatto che avevo versato un po’ di caffè sulla mia manica e che ero uscito a fumare mentre lui si è preso un toast perché aveva fame. E non scrivo del fatto che è stato quel ragazzo a parlarmi di Edmund White, lo scrittore gay che poi diventerà uno dei miei preferiti, e del suo libro, A Boy’s Own Story, che mi aiuterà a capire chi sono e come sono fatto. Continuo invece a girare sui miei problemi: sono brutto, disgustoso quasi, certo che non si farà sentire, devo cambiare, devo fare qualcosa. I diari sono uno strumento molto potente. Amen.


Oggi sono uscito con un tipo. Non ricordo il suo nome.


Oggi sono uscito con un tipo. Lui studia medicina. Prima aveva studiato filologia classica. Mi sta dicendo tutto questo in inglese e io lo correggo ogni tanto perché non posso farne a meno, perché è un difetto di professione, e ogni volta che lo faccio mi scuso. Lui mi tranquillizza e mi dice che ho fatto bene. Ho fatto bene a correggerlo. Noto poi che la seconda volta non fa lo stesso errore. E neanche la terza volta. Tutto questo mentre mi parla dei virus, di come funzionano, di come in realtà sono dei parassiti che non riescono a sopravvivere senza attaccarsi ad un essere vivente, del cancro, e delle difficoltà che la medicina deve affrontare ogni giorno. Ho quasi paura di fermarlo perché vorrei tanto che continuasse a parlare con me, a vedere come le sue mani si alzano nell’aria per farmi capire qualcosa. (Non so perché, ma per un attimo penso ad un Primo Levi giovane, su una bicicletta.) E ogni volta che gli dico che veramente sa tante cose alza le mani e dice che ha “solo” studiato tanto. Niente di che. Nulla di speciale. La modestia, mi dice e io finisco la frase, è una virtù. Esatto, mi dice, esatto. E quasi quasi lo voglio sposare, ma alla fine di tutto mi dice che è stata una discussione stimolante e mi abbraccia. E niente di più. E mentre scendo le scale a Porta Nuova per prendere la metro penso alla lezione che ho fatto con i miei studenti stamattina. Success and failure go hand in hand, avevo detto a lezione. Non sarà una storia d’amore, ma almeno ho capito che tipo di persona mi piacerebbe avere accanto.

Fermati qui. Poi riparti.

Certe cose non si possono dire. Lo so benissimo. Per ciò ho costruito un intero mondo sulla punta della mia lingua, con tutte le cose che non posso dire, che avrei voluto dire, e che non dirò mai. Senza rancore, ogni mattina, scalerò quella montagna di cose non dette, e guarderò tutto con l’occhio di un collezionista, contento di avere tutte quelle cose. E tutto questo lo farò mentre ballo ascoltando Robyn – Dancing on my own.


Oggi sono uscito con un tipo. Arrivo a Porta Nuova, dove avevamo deciso di vederci, e quando gli chiedo dove lo trovo mi dice che è in ritardo. Di più di un ora. Perché, in realtà, pensava che non sarei mai venuto. Mi arrabbio e quasi quasi me ne vado a casa. Però mi fermo un attimo e penso a quello che ho imparato in questi giorni su come gestire le mie emozioni: bisogna fare un passo indietro, penso, soprattutto quando si tratta di rabbia. Faccio il passo indietro. È anche colpa mia, penso per un attimo, avrei dovuto ricordarglielo, avrei dovuto parlare. Magari pensavo, come lui, che non sarebbe mai arrivato al nostro appuntamento.

Rimandiamo l’appuntamento di un’ora e finalmente ci vediamo. Arriva vestito tutto di nero, vestiti larghi che non sembrano di finire, o di avere una forma precisa, e il suo profumo mi ricorda di quelle mattine domenicali piene di sonno quando andavo in chiesa perché mi sentivo in colpa. Sto per confessare tutti i miei peccati: si, ho letto Edmund White di nascosto, si, ho desiderato ciò che non dovevo desiderare. Finito l’incontro, mi dirigo verso la stazione e rido da solo e sorrido, ampiamente, a due donne che si tengono per mano. Rido perché penso al mio esercizio di positività, perché quasi quasi vedo tutto questo come un esercizio fallito. Va tutto a puttane quando sono positivo, mi dico. Ma poi, sempre camminando, mi rendo conto che la lezione era proprio quella, di ridere dei tuoi fallimenti, e di rendersi conto che quando sei così pieno di te stesso raramente c’è spazio per gli altri.

     

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